25/03/2026
Riccione, Italia

Verde Poesia. Tra paesaggio, memorie e percezione dello spazio abitato

“Questi maestosi giganti verdi che sembrano assediare e prendere in ostaggio la casa, che spargono a terra fastidiosi aghi, che camminano silenziosamente con le radici sotto le pavimentazioni cercando nuovo spazio vitale, che ululano quando il vento ne agita i lunghi rami, questi possenti e fragili alberi che si schiantano improvvisamente al carico della nemica neve….. questi dieci pini alti 15 metri (“più casa” della casa stessa) che ricordo piccoli quando anch’io ero piccolo, ora sormontano i nostri giorni in un abbraccio di protezione fraterna da cui non potrei mai separarmi”.

Ho ritrovato queste mie parole scritte tempo fa, che sento a volte straniere, ammirando le chiome dei pini che attorniano la mia casa.
Siamo così tiranneggiati dalla politica dell’informazione che urla continuamente “c’è poco verde”, “bisogna creare sempre più spazi verdi”, “bisogna piantare tanti alberi”, che abbiamo smarrito il senso poetico del verde, dei giardini, dei percorsi tra le siepi. Prevale la paura che il Pianeta, ormai dissestato e votato alla distruzione prossima, non abbia un futuro se non verrà condivisa da tutti la dominante convinzione ecologista-ambientalista.
Quando attraversiamo aree della città in cui troviamo nuovi polmoni verdi, con tanti alberi neonati, o nuove piante intorno alle case, rimaniamo stupiti di come quegli alberi, senz’altro importantissimi per l’ecosistema ambientale, non influiscano sulla bellezza percepita di un luogo. Gli alberi da soli non costituiscono paesaggio, cioè bellezza.
Ricordo un passo del libro di Thomas de Quincy intitolato “Gli ultimi giorni di Immanuel Kant”.Il grande filosofo era solito la sera sedersi davanti alla finestra ed ammirare l’antica torre di Lobenicht, da cui traeva un senso di gratificazione e benessere. Col tempo alcuni alberi nel terreno del vicino crebbero a tal punto da oscurare quella visione. Kant non ebbe pace fino a quando, tagliati finalmente gli alberi, potè riammirare la “sua” torre. Quella torre esprimeva il senso di appartenenza al luogo più di anonimi alberi che non possedevano quel radicamento spirituale necessario a diventare genius loci.

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